A day in the life

John Lennon

has gone

across the universe

08.12.1980


Realistico sicuramente non lo fu, ma certamente incarnava l’idea del bravo ragazzo che combatteva contro le forze del male. Senza cadere nella petulanza che affligge gli “artisti politicizzati”, diffuse ideali, più importanti delle idee come usava dire, di amore, pace, giustizia e libertà. Contribuì a cambiamenti politici come la fine della guerra del Vietnam. I suoi tumulti interiori e la sua abbondanza creativa portarono una rivoluzione nelle abitudini e nei comportamenti. Ancora oggi di questa rivoluzione musico-culturale gli effetti sono visibili.
Non si limitava semplicemente a tenerci compagnia, ma si intrometteva nella nostra vita, nel nostro lavoro, lo commentava, lo criticava.
Pur non sapendo nulla di rock and roll, per sua stessa ammissione, la sua musica è diventata oggetto di attrazione infinita, ha dipinto le vite di una intera generazione. Ha influenzato moda, convinzioni politiche e spirituali. Si è evoluta nel tempo e ha sempre lo stesso fascino, la stessa forza così come è stata creata. Nessun artista crea dal nulla, ma John e i suoi tre amici di Liverpool con la loro musica piena di qualità, originalità e diversità, ci hanno dato luce, permettendo alle nostre opinioni di manifestarsi e vestire l’esperienza rock and roll.
Il suo cammino è stata una maturazione lunga una intera vita, come esibizione della volontà augurante di focalizzare e testimoniarla. La sua felicità non è stata nel cercare di essere più "grande" di Dio, ma semplicemente nel riuscire a completarsi come uomo e come artista.
Il nostro "working class hero", il TRICHECO come prima e più di prima, è solo musica e poesia, la nostra musica e la nostra poesia.

Thank you John FOREVER!!!

Se l’arte ha la possibilità di redimere l’uomo, ciò può avvenire solo liberandolo dalla serietà della vita, per restituirlo ad una inaspettata fanciullezza

John Lennon 1968

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Zeta


Neil FINN - Lo scalatore

08:17 venerdì 26 novembre 2010

Articolo pubblicato lo 04/03/2009 nella rubrica "UNDER THE HISTORY TREE" del blog "UNDER THE TANGERINE TREE".

Come posso spiegarmi ai ragazzi delle nuove generazioni che guardano il pop storcendo il naso?
Mettete sul giradischi o meglio nel lettore il CD, ascoltate e scoprite i disegni acquerellati di una semplicità disarmante, senza divismo o inutile vanità. Chiaro e bello questo musicista trasversale illumina con il suo soffio delicato il castello di carte delle nostre abitudini sonore. La sintonia che lega musica e parole vagheggia un’immagine che riesce a modellarci il corpo, un linguaggio sussurrato e non squassante ed irrimediabilmente piatto, conformato e sommerso. Si respira la prodigiosa abilità di fondere semplicità e raffinatezza. La sua "musica popolare" raggiunge livelli artistici duraturi, arriva a toccare l’essenza dell’umano, attraversa tutte le differenze sociali, di età o di razza. Sembra di entrare in un’altra dimensione, di diventare un tramite con qualche forza sopranaturale. John Lennon disse che si sentiva come un canale per
"la musica delle sfere, la musica che va al di là di ogni comprensione".
Mullane Neil Finn
nasce a Te Awamutu, Nuova Zelanda nel 1958. Amante dei Beatles, della melodia pop e della poesia racchiusa nei testi di Donovan, dimostra grande abilità nel combinare canzoni di alta qualità, con irresistibili melodie e meticolose liriche.
Va ad arrampicarti sul tetto al crepuscolo/con una vista di 360 gradi/mentre noi siamo di sotto/guarda l’evanescenza trasformarsi nelle stelle/siamo là/Dio segreto soffia il mio nome/ Dio segreto agita la polvere/sussurra il mio nome
Tutto ciò mi ricorda un altro posto
Il Lupo solitario scende dalle colline/e gira in circolo ululando alla luna/in un’altra vita sarà affascinato da una donna
Dio segreto agita la polvere/rianima il mio nome/sussurra il mio nome

Vedo un uomo crollare/sulla soglia di un ristorante/e offro la mia mano/sono l’unico là a rialzarlo

Secret Gog
Studia pianoforte, chitarra e mandolino e nel 1976 entra a far parte degli Split Enz, band di new wave australiana del fratello Tim. Con il gruppo incide 6 album. Un brano, I got you (scritto da Neil), e l’LP che lo contiene True Colours hanno un successo immediato e salvano il gruppo dall’oscurità e da un probabile scioglimento. Scioglimento che però avviene nel 1986, quando riesce a partorire i Crowded House, band che gli darà fama e successo e con la quale riuscirà a esprimere la sua ottima forma compositiva. Quattro Lp, uno più bello dell’altro. Per il suo contributo all’arte, viene insignito con il fratello Tim dalla regina Elisabetta di Inghilterra dell’alta onorificenza OBE.
Abbandonato il progetto Crowded House strane cose accadono nella testa del nostro musicista. Curioso ed con un senso irrefrenabile di nuovi orizzonti, con lo strano vizio del pop ci regala due gioielli solistici.
Try Whistlimg This (1998) e One Nil (2001) si insinuano nella cuffia stereo del desiderio di una esperienza interiore. Dischi magici capaci di mutare l’ordine e la sostanza nei loro solchi. Impossibile non ascoltarli almeno due volte di seguito. Il suono opera come detonatore dei nostri stati emotivi, un gioiello prezioso da mostrare solo a persone fidate, a volti sognatori imbarcati nella magia pop e come noi strani ma convinti fino in fondo nella speranza della trasformazione. Stati emotivi diversi ma sempre perfettamente eguali.
Il primo,
Try Whistlimg This, è scritto e suonato per chi può e ha voglia di immaginare. Ritmi, canti, disincanti e realtà urbana dal sapore sporco ma assolutamente dolce. Arcobaleno sonoro che fa venire le vesciche alle orecchie per il continuo ascolto. Rincorse estatiche che trascinano nella loro folle eccitazione. I testi con dentro un po’ di tutto, sensazioni che cercano conferma e speranza di stabilità, espressività timida, realtà romantica e un po’ alienata, il mito poetico dell’estravaganza di John Lennon, suo medium compositivo che sembra ritornare in vita.
Allontanati dal passato/dovunque tu sei, non rimanere lì a diventare vecchio/saggi occhi di leone/
io vorrei che tu fossi qui a dami consiglio/sogno datato di persona poco considerata/
farfalla o declino, è la mia chiamata/Nel club a mezza strada/whisky alle cinque, il ricovero di fine settimana/
coraggioso e giovane, i campanelli suonano/suonano il motivo, io sto intercettando l’azione/
sogno datato di persona poco considerata / farfalla o declino, è il mio richiamo

Dream Date
E’ la sostanza del lavoro che ci fa entrare in una zona critica, dove il giudizio potrebbe diventare estremamente soggettivo. E’ la quasi assenza di difetti. Sono le piccole ma luminose dimostrazioni di un’affascinante incapacità di conformarsi. I sogni troppo limpidi che agitano ma non sfuggono o si nascondono dietro la cronica impotenza di vivere la musica come diretta espressione del proprio io, della propria luce, del proprio amore.
Si parte in punta di piedi con l’evidente bellezza dell’autodisciplina
(Last One Standing) che maturando nel tempo si arricchisce di invenzioni musicali a configurare incastri di psichedelia semplice ma mai semplicistica, quasi casalinga ma sincera (Souvenir). Si intreccia il contemporaneo all’onirico, mescolando freschezza e misticismo (King Tade). Come nel Magical Mystery Tour si riguarda il passato. Senza la piantina di canapa o la foschia LSD il nuovo hippie si ritrova naturale e senza imbarazzo (Try Whistling This) e la meravigliosa (She Will Have Her Way): sarò vecchio ma mi sento come nuovo, lei dice/sono così dolente che potrei sempre piangere/nella notte stendi le tue braccia stanche/lei troverà la sua strada. Come un peccatore tra sequenze di sogno (Sinner) riapre l’orizzonte e rimpiazza John con Paul. Delicatamente ritorna ai r-umori della sua terra in completa sintonia con la coscienza delle vibrazioni positive (Twisty Bass e Loose Tongue). Nell’ascoltare la sua musica ogni frammento o respiro di suono porta alla luce il colore che sfugge, si frantuma e si ricompone, influenze che vengono riproposte per il futuro (Truth e Astro). Sempre in punta di piedi, attraversando l’universo, la sua voce ci abbandona, sorridente, piena di fragili emozioni, prodigio di semplicità melodica che sopravvive a sé stessa con l’incanto delle piccole cose e dei piccoli pensieri, evidente e sottile (Faster Than Light e Addicted). Ci rimane la voglia della continuità e l’emozione del riascolto - se se disorientato/e costringi lo sguardo di lato/e dici che sono assuefatto alla droga/ma so quando ne ho abbastanza/vieni fin qui.
Il secondo,
One Nil, è consapevole e maturo. Ha la maestria necessaria per giocare sulle e con l’emozioni di chi lo ascolta. Senza luoghi comuni s’innamora della dolce volubilità della musica. Il suono nasce lentamente e si dimostra di essere "il signore dei miracoli possibili". Non musica a gettone ma quello che volevamo, l’arma che manovra cervello e fibre nervose. Tuffo a capofitto nel mare del pop, dove i Baronetti ci ricordano che è la misteriosa creatura dalle cento teste, la mongolfiera dai grossi sacchi colorati come zavorra, il pallone che si alza tra gli ooh! della gente è imprevedibile ed imprendibile vola altissimo e lontanissimo dalle figure che vengono dopo e affogano nella sciocchezza. Sono le storie di un artista immaginifico, acquarelli color cielo di marzo, dolci e piacevoli, l’anima misteriosa che soffia la vita. Qua e là si aprono brecce di psichedelia provocante e agrodolce. Si incomincia così piano piano (The Climber), con una semplicità disarmante a offrire musica senza fronzoli o inutili vanità, la filosofia del raggio di sole fa scorrere sotto il suono e poi...(Rest Of The Day Off) uscita dalla bruma a respirare l’ottimismo del giorno, per rotolarsi nel fango dele sequenze musicali per creare "come facevamo prima". Pacatamente, alludendo alla serenità, alla gioia, alla vita, traspare tra le righe l’alito sottile Lennoniano (Wherever You Are e Last To Know). Senza tradire la generazione della memoria, l’elegia sonora si completa nel ricordo dei Fab Four tirando fuori dalla polvere la saggezza della Banda del Sergente Peppers e spiegando che si può ancora far qualcosa con chitarra e lingua lunga (Don’t Ask Why e Secret God e Turn And Run e Anytime e Driving Me Mad). Come gli estensori del suono Beatlesiano più impressionistico, ipotetico ed illuminato, i (ahimé) pochissimo conosciuti XTC, anche il nostro artista supera il confine pop divertendosi con Elastic Heart. Nella direzione del nuovo da scoprire verifica le frequentazioni dei suoi universi, come diffusore mondiale di polvere pop cosmica, getta un ponte tra fantasia ed espressività e senza metafore psicanalitiche nel tramonto (Into The Sunset) richiama "il giorno dopo".
Parafrasando la
band dei cuori solitari anche noi abbiamo messo, il giorno dopo, nel nostro cielo Neil e i suoi diamanti.

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Zeta


Pubblicato sulla Fanzine "MARMALADE SKIES" lo 01/04/2005.


Il manifesto annuncia:
Giochi per il mese di maggio.
Divertimento dell'era spaziale per il culmine della primavera.
Il 27 maggio 1967 i Pink Floyd
si esibiscono nella sobria Queen Elizabeth Hall, ai London 's Festival Gardens, in quello che sarà il più esaltante e delirante dei loro concerti.
I giovani inglesi, ancora intenti ad ascoltare il
"Sergeant Pepper's Lonely Hearts Club Band", ma con il famelico bisogno del nuovo e della sorpresa, si avventano avidamente sul feticcio della nuova moda, riponendo il passato nel cassetto e ritrovando il loro futuro nel narcisistico confronto con la propria mente.
Quella alluc
inata "musica a colori", forte degli incantesimi della tecnologia, disorganizza i sensi con un mélange di proiezioni multidimensionali, di luci stroboscopiche, di neri fasci luminosi, di echi, di suoni laceranti, di distorsioni, il tutto veicolato dal primo sistema quadrifonico nella storia dell'amplificazione.
Al centro del turbine psichedelico era il Re dei Matti in persona.
Vestito di una mantellina sfrangiata, i capelli i intrecciati con polvere di Mandrax, Syd Barrett si muove contro liquide immagini come un inquietante spettro magnetico.
Tre settimane dopo il concerto ai
Festival Gardens, la sua bizzarra See Emily Play si insedia
al terzo posto nelle classifiche di London Radio Survey, consacrandolo Principe della Follia Londinese.
Syd è personaggio magico, irrazionale, con una personalissima interpretazione del mondo. E' il favoloso protagonista della scintillante psichedelia. Le sue poesie contorte, il gusto pazzo della musica in altalena, le recite allucinate sui palcoscenici di piccoli clubs, sbloccano i centri nervosi ed il cervello incancrenito nella stasi dell'abitudine. Non lo ferma neppure il bando che la pur permissiva radio inglese, diede al primo 45 g
iri Arnold Layne, con l'accusa di promuovere l'uso delle droghe. Anzi, tutto ciò servirà ad immortalare i suoi Pink Floyd come martiri della rivoluzione del suono. Le canzoni di Syd iniziano bruscamente ed hanno una folle immediatezza, ma, per quanto stravaganti, sono ricche di immagini che balzano con disarmante chiarezza dal tessuto delle chitarre e dagli effetti sonori.
"La musica sembrava venire dal nulla" disse un giorno Andrew King, manager dei Pink Floyd, a proposito delle sue composizioni. Per l'autore, invece, le canzoni erano come calate dal cielo. Così, ad esempio, egli racconta la nascita di See Emily Play : "Mi ero addormenteto in un bosco dopo un concerto nel Nord dell'Inghilterra, quand
o vidi una giovane ragazza che si avvicinava attraverso gli alberi e piangeva, danzava. Era Emily."
Nato a Cambridg
e, UK, nel gennaio del 1946, insieme a Roger Waters e Dave Gilmour studia alla scuola superiore della città. Spostatosi a Londra, frequenta i corsi della Camberwell School of Art, dove, oltre a dipingere, impara a suonare la chitarra.
Dopo aver fa
tto parte di bands come Geoff Mott & the Mottos e Hollering Blues, e in un duo folk con Gilmour, viene introdotto nei futuri Pink Floyd da Waters. Troverà egli stesso il nome del gruppo accomunando i nomi di due cantanti blues Pink Anderson e Floyd Council. Agli inizi il loro repertorio era costituito fondamentalmente da una miscela di blues e rock, ma, tra un pezzo e l'altro, incominciano a sviluppare le loro tecniche elettroniche. Il loro primo impegno regolare fu al Marquee, il sabato pomeriggio, con uno spettacolo chiamato "The Spontaneus Underground". Nell'ottobre del 1966 hanno un regolare contratto settimanale al London Free School's Sound/Light Workshop, nella chiesa di Ognissanti a NottingHill. Qui due coniugi americani, Joel e Toni Brown, cominciarono a proiettare diapositive su di loro ed a progettare di accompagnare i loro concerti con un lightshow. Sta arrivando in Inghilterra la frenetica pazzia californiana delle Mothers of Invention, i Byrds stanno componendo Eight Miles High e 5th Dimension, ed i Gratefull Dead e i Jefferson Airplaine si avvicinano agli Acid-Test.
Il 15 ottobre 1966 International Times, il primo giornale underground europeo, viene lanciato con un gr
andioso party alla Roundhouse. I Pink Floyd suonano davanti a 2.000 persone proiettando le loro speciali diapositive sul pubblico.
Da quel momento diverranno fissi del luogo e, dopo aver partecipato ai Films and Madness Festivals, annunceranno l'"Anno della Follia Lisergica", inaugurando, l'ultimo giorno dell'anno, il più importante ritrovo della Londra hip, l' UFO CLUB.
I Beatles, abbandonato il palcoscenico, negli studi di Abbey Road prima con Revolver e poi con Sergeant Pepper's Lonely Hearts Club Band rompono i canoni della ortodossia musicale per spaziare nel difficile campo della esplorazione.
Inizia il 1967, anno di straordinaria creatività e produzione discografica, e vede la luce The Piper of the Gates of Dawn (Il pifferaio alle porte dell'alba), dissacrante, innovatore nell'introduzione di particolari effetti sonori, nell'alternarsi di canzoni dolcissime a dirompenti pezzi strumentali, nello spezzarsi delle melodie, nella ossessività delle loro ascensioni.
E' Syd Barrett il fecondo autore. I testi partoriti da questo cervello malato e bollente, cavalcano la musi
ca in mezzo ad una pioggia di emozioni, si straziano attraverso immagini viscide, contorte, ricche di simbolismi; sono chiare solamente a colui che scrive:
"Un movimento si realizza in sei gradi ed il settimo implica il ritorno. Il sette è il numero della luce giovane. Prende forma quando l'oscurità è intatta. Il cambiamento rende successo andando e venendo senza errori" .

Chapter 24
Siamo all'epopea psichedelica. Il suono fisico è stato esplorato, le grandi composizioni del sangue sono state scritte: ora tocca alla mente dilatata, ora tocca all'ipnosi, alla magia. Anche la critica finalmente si accorge dell'invenzione e per un attimo dimentica la finzione. Si viaggia a testa in giù nel reame dell'incredibile con quei fasci pulsanti che afferrano la vista. La musica chiude il cerchio spazzando via le foglie del beat, giocando sul volo delle emozioni più che sul corto circuito dell'apparato nervoso. Le chitarre si abbandonano agli effetti lasciando perdere ogni pudore. Il basso e la batteria simulano orgasmi ed impossibili tempeste. Si scopre il fascino del collage, del ruotar d'immagini e di situazioni oltre ogni logica e vanità.
Non è affatto strano, q
uindi, se nei Pink Floyd di quel periodo troviamo che le parole evocano di per sé la musica. Che sia la follia nascente di Barrett a dare al tutto un senso impressionistico o forse quasi naif? L'ingenuità strabigliante è il segno che dà senso immediato a cose troppo a lungo lasciate a sedimentarsi, e non espediente di fragile sottocultura. E' il senso di qualcosa che abbiamo perso, di una condizione felicemente illogica, dell'infanzia del pensiero tradita dall'adulta coerenza.
"C'era una volta un re che regnava su di una terra, sua maestà aveva il comando. Con occhi argentati l'aquila scarlatta faceva cadere argento sulla gente. Oh mamma, raccontami ancora ! Perché mi hai lasciato là, sospeso nel mio stupore infantile, aspettando solo che tu leggessi i tratti che sono scritti in nero per far risplendere ogni cosa? Attraverso il torrente con zoccoli di legno e campanelli per portare notizie al Re, un migliaio di cavalieri sono saliti più in alto, c'era una volta. Vagando e sognando le parole assumevano un differente significato, sì, era proprio così. Per tutto il tempo trascorso in quella visione, l'antico profumo della tenebrosa casa di bambola e racconti fatati mi trasportarono in alto, su nuvole di raggi di sole che fluttuano via".

Matilda Mother
E così in tutti i testi, in tutte le parole come nella musica, la malinconia è violentata. L'illogica allegrezza dell'infanzia, del sogno, del gioco, del viaggio psichedelico , viene incanalata dalla vita, da quella che si chiama realtà, dalla sequenza passato-presente-futuro. E' una fiera di stranezze che per ora stanno solo alla finestra. Il crogiolo dei sentimenti, degli enigmi assume però, a volte, un vago senso di timore, il volto del terrore. "Lucifer Sam, ho visto il tuo gatto seduto sempre accanto a te, sempre dalla tua parte. Quel gatto è qualcosa che non riesco a spiegarmi". Piccoli rumori mentali che nutrono, che spiegano la sfera della mitologia inconscia, troppo spesso subalterna. E' irrazionale ed illogico muoversi attraverso la paura e, Lucifer Sam , che sentiamo "vibrare", non è uno spiritello idiota, è la nostra coscienza.
Forse davvero non si lavora con la mente.
In realtà noi ci limitiamo ad ascoltare uno sconosciuto che parla all'orecchio.
All'improvviso qualcosa si inceppa…i concerti del gruppo vanno deserti: "Syd non riusciva più a ripetere nemmeno certi elementari passaggi musicali". Trovare un ingaggio diventa sempre più difficile. Si inietta LSD nelle tempie per farlo arrivare più rapidamente al cervello, e, prima dell'uscita di Saucerful of Secrets, è scomparso, mandato in esilio in un piccolo appartamento di campagna. Viene sostituito da Dave Gilmour, suo amico di infanzia e suo maestro di chitarra. Da allora la storia dei Pink Floyd si snoderà lungo tracciati lontani da quelli originali. Anche se l'influenza di Syd e del suo suono-colore si sentirà nella loro successiva produzione, mancherà sempre qualcosa; quel tocco magico, folle, vivo, quasi inconscio. Laddove Barrett riusciva a superare i limiti della normalità con un solo estatico balzo capace di mandare i sensi in corto, i Floyd incespicheranno, facendo di quel tragitto verso l'infinito, un tour turistico spesso annoiante.
E l'ultima incisione con i Pink ne è la prova: Scream Thy Last Scream ripropone il suo gusto pazzo della musica in altalena. Anche se sempre più dipendente dal LSD e diventato sempre più eccentrico e meno legato alla realtà, riesce ancora, con tocco raffinato, a sconvolgere i nostri piani, a confonderci il senso spazio-tempo. L'eccentico personaggio è ormai terrorizzato da immaginari piccoli extraterrestri ed i medici diagnosticano per lui una forma di paranoia cronica. Ormai in lui il confine tra "follia patologica " e "libera manifestazione del pensiero" si è fatto più labile. Barrett poteva dirsi completamente pazzo.
Durante la tournée americana con i Pink Floyd, apparve al Dirk Clark's American Bandstand e non aprì letteralmente bocca. La sua discesa nel crepuscolo della follia fu lenta ma costante. La stagione gloriosa dei Pink Floyd è il periodo del fumo più denso per Barrett. Chiuso in una stanza, assillato da incubi paranoici, l'uomo scrive mentalmente buffe figurazioni di musica e parole. Esce Saucerful of Secrets. E' il primo suono dell'era pop ad essere completo, largo, percettivo… Sembra quasi fatto apposta per seppellire lo spettro di Barrett, padrone di altre situazioni. Ma Syd fa ancora capolino nei testi (almeno in uno), che sono il punto debole del gruppo, dove i Floyd risentiranno maggiormente dell'abbandono del Principe Pazzo.
"Mi sto meravigliando di ciò che potrebbe scrivere questa canzone e non mi importa se il sole non brilla, non mi importa se nulla è mio…il mare non è verde, ma io amo la regina. Cos'è esattamente un sogno? E cos'è veramente un gioco?"

Jugband Blues
Finisce in manicomio dove tenterà di ricomporre e ridare coerenza al suo cervello ormai in libertà. Sbalordito come al solito, fissa un punto senza badare al suono che gli esce sordo, opaco. Cerca di raccogliere la forza gettata a pensare tutto quanto, escluso il fatto di essere lì in quel momento…la chitarra gli si ferma nelle mani…due volte in un secondo…poi Pink Floyd, sua creazione…deve seguirlo in posti assurdi…il tempo si scompone e Syd riprova i suoni fatti con un registratore a casa fino all'alba e al primo mattino li confonde alle linee di See Emily Play-Interstellar Overdrive-The Gnome-Astronomy Dominé…elabora l'idea di The Man, lunga opera a collage che svolge ciclo completo di un giorno. Così, in questo modo egli ha inventato la sua musica. "La voglia è la parte meno creativa, ed è come se l'Uomo non fosse presente. Poi, nel sonno cosciente, vengono le intuizioni migliori, e devono essere colte ad un tratto".
Quando esce dall'ospedale psichiatrico nel 1970, ha ritrovato la forza di scrivere. Madcap Laughs e Barrett sprigionano ancora la stranissima energia del personaggio. La musica è attonita, magra di follia, avvolta da piccoli veli strumentali. Le parole, in grappoli bizzarri, spiegano l'esistenza con simboli e magia, ricorrendo ad un fiabesco cifrario dalla dura scorza. Madcap Laughs vibra di assonanze quiete. Il suono è rarefatto le linee sono diventate scarne. Viene fuori il musicista nel più essenziale dei modi, chitarra voce e anima spalancata, senza trucchi o gioielli abbaglianti con cui irridere l'ascoltatore. Il Barrett più affascinante è qui, nei racconti narrati a fior di pelle, nelle dissertazioni magiche e minute, come in Octopus , dove tutti i mostri della vita dell'uomo prendono forma e menano la danza. Una musica carica di emozioni, una musica vissuta. Una musica che proprio per questo è interamente VISSUTA. Mai si ha l'impressione di qualcosa di costruito a freddo. Sicuramente è una musica intelligente e ragionata, ma questo non è assolutamente un difetto. Non basta che l'anima si metta a cantare per fare buona musica. "Bisogna riferirsi a tecniche vicine all'impressionismo pittorico e musicale per farla diventare in un qualche modo fenomeno ordinato, e questo di per sé è un atto di omaggio".
Il pittore mancato rincorre sé stesso per raggiungere un'intima realtà e un'intima libertà, fatte di visioni e di lunghi pomeriggi passati ad accarezzare una chitarra, a cercare di conoscere a fondo una emozione. Un po’ di decadenza, qualche sfumatura di febbre e di visioni, ma soprattutto la voglia di far correre la mente, il desiderio-utopia di mostrarsi completamente con la musica. "Ero una volta scrittore, ma ho dovuto smettere poiché la mia mente si era indebolita…non connettevo le idee…non seguo…ora bisogna che mi occupi di affari più importanti. Felicità o pentimento o solo rimpianti di un Pazzo. Ho deformato la realtà. La vita è molto diversa dalla descrizione che mi vevano fatto. Ma allora, quali sono questi eventuali affari da stipulare tanto importanti da imporgli il carisma di personalità enormemente diversa dalle altre? Aprire realmente la porta alla conoscenza superiore, anche se rimane un'operazione incontrollabile, anche se non bastano le energie umane".
Bisogna tenere presente a questo punto il difficile rapporto tra anormale e normale. La deliberata creazione del primo elemento "diverso," è accettazione e riconoscimento del "normale"; essa gli rende omaggio e, autodefinendosi diversa, finisce col confessare di essere relativa e derivata.
Confessa che senza la normalità non esisterebbe. Allora Barrett non è altro che un enfant terrible, un bambino che gioca al contrario, sì, ma anche in modo apparentemente e totalmente innocuo? NON E' COSI! Non è così poiché gli incubi di Syd non sono affatto gli stessi degli altri: non le solitudini spaziali, non le intuizioni demoniache, non gli occhi terribili di uno scarabeo. Le sue vere angosce nascono dal suo stesso canto, dalla sua volontà di "fuori" che si impadronisce sempre più di lui e fa suonare la sua chitarra. Il suo incubo è la filastrocca che nasconde impalpabili armonie e semplici accordi che proliferano, spontanei, dai cancri della sua mente.
"Passi lì il tempo senza costrutto. Ti troverai vecchio con il dispiacere di averlo sciupato". "Io non invecchio mai, perché la suggestione può anche ringiovanire…cento, duecento, tremila anni di vita, qualunque età. Con la suggestione posso ringiovanire molti anni, posso vivere a volontà".
Il messaggio dunque esiste e viene da "fuori". Senza dubbio Barrett, già testimone oculare di certi riti, torna quando vuole e si pone subito aldilà dell'individualità. Egli non...È...più nulla…FA'. Mentre canta non si distingue da sé stesso, non si guarda agire.
Questi ultimi passi sono tratti da un illuminato scritto sull'autore fatto da uno sconosciuto e saggio critico italiano (Ghisellini) che, attraverso il confronto con un altro incompreso e ritenuto pazzo, lo scrittore Dino Campana, tenta di spiegare l'arte nella pazzia intesa come teoretica, cioè nella immedesimazione con l'inconoscibile e con i suoi bagliori, l'arte tenta l'uomo a riti nuovi e dagli effetti irreversibili. Secondo il nostro ragionamento, infatti, se la gratuità dei nostri giudizi attacca in continuazione chi cerca di far conoscere al mondo una realtà nuova e questa risulta inedita, vuol dire che nessuno l'aveva chiesta o attesa; essa rimane quindi di troppo, come il suo portavoce. Ma l'essere di troppo, tuttavia, è uno stato posteriore ad una effettiva appartenenza al gruppo, e Syd, nella nostra comunità, c'è entrato solo sbagliando porta.
Psichedelia breve e leggera, narcisistica nel tentativo di ricreare uno spazio aperto all'incompreso, un pascolo dove tutti i non allineati possano brucare e ruminare l'erba della folle saggezza. Barrett, il secondo lavoro solista, è invece un omaggio al tempo perduto, ai Pink Floyd di See Emily Play e dell'UFO , alla musica sbrindellata e corrotta del "prima di Gilmour". Il suono ritorna slegato, perfido, senza innocenza, esposto a folate di follia sonora. E' tutto un clima ironico-fantastico che prende alla gola. L'album esce solo dopo pochi mesi rispetto al primo e vede (ahinoi!) la presenza di Gilmour. Syd continua a sognare ad occhi aperti, a dissacrare a farsi trascinare nelle più astruse ma sempre limpidissime divagazioni anche se forse, la Gilmour presenza, produce una maggiore pulizia nelle costruzioni. Ma il suo fantastico mondo non è stato minimamente scalfito dalle lusinghe del business. Il Dadaismo controverso barrettiano svolge una funzione difensiva, diventa l'operazione di un incessante "lavoro su di sé" per apparire diverso, per non essere raggiunto nelle proprie tonalità dalle forze di fuori. Così, con pochi eletti che egli conosce a a fondo, può giocare al "Gioco del Bene e del Male", perché sa che, in qualunque momento, può scappare via con un colpo d'ala tornare ad essere aldilà della immagine che lascia tra le mani degli altri, una libertà che sfugge a qualsiasi giudizio.
Paura e delirio si mescolano, si confondono alla dolcezza. Barrett ci insegna il disordine e tutti i modi coi quali si può identificare. La mente cosciente è estranea alla vera ispirazione, estranea perlomeno a quelle particolari sensazioni che ci permettono di affermare di avere già visitato, e chissa dove, queste inquietanti gabbie sonore. Dominoes ne è il volto più innovatore con la voce inespressiva, Rats si muove tra paure e svenimenti anche se sulla strada della chiarezza e della semplicità, Naise culla il blues che piange il passato anche se si rivolta contro la costruzione e la forma, Baby Lemonade dove il paradossale si contorce tra il testo e la musica, Love Song
"Al manicomio sto benissimo e spero di non uscire. Chissa chi, fra tutti, è il pazzo! Ho dei giorni lucidi e dei giorni che non ricordo…una nevrastenia acuta … per cui mi si oscurano un poco le facoltà".
Ormai divorato da manie animali e selvagge, l'autore si decompone, rimane assente. Syd Barrett, l'espulso dalla "Accademia Pink Floyd", l'uomo dai folli splendidi testi, l'adoratore del lato coreografico-estetico del suono, il giullare dell'irrealtà, il capovolgitore della vita quotidiana, viene sigilllato ed impacchettato, servito come mito per i diciottenni bisognosi di favole. Roger Waters, l'ipocrita vecchio compagno di strada in carenza nostalgica, lascia intendere con Dark Side of the Moon che egli è rimasto sempre nel suo cuore, ne esorcizza il mito accompagnato da Gilmour con Shine on your Crazy Diamond, e sempre con l'usurpatore va in pellegrinaggio al santuario dei ricordi glorificandolo e (hic!) rimpiangendolo in Wish You Were Here: "Hai raggiunto il segreto troppo presto, hai pianto per la luna…Vieni tu pazzo infuriato, tu profeta di visioni, vieni tu pittore, tu pifferaio, tu prigioniero e risplendi. Splendi su te stesso stupido diamante".
Molte le leggende ed i racconti nati verso la fine degli anni '70 e i primi anni '80, pellegrinaggi tra case di disintossicazione e manicomi. Oggi conosciamo, sappiamo dove vive e nei siti internet a lui dedicati ci sono anche le foto. A noi piace ricordarlo così: l'effervescente elefante che torna nella sua terra, tra spazio vita e morte, sta percorrendo in senso inverso il sentiero ed è coperto di polvere e chitarre.

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Zeta


Aspettando il silenzio, il non-musicista (???), l’inventore dell’estetica del semplice ma raffinato, ricompone l’universo sonoro con stralunate e sottili vibrazioni carpite dalla metropoli elettronica. Con seducente insistenza possiede il RUMORE. Lo minimizza con la gioia dell’estetica. Sgomento nella sua esistenza, costruisce la macchina dei sogni, Joy Division, la Divisione della Gioia, che lo traghetta nella corrente limpida della percezione collettiva: la macchina del desiderio.
Il nome del gruppo deriva dalla denominazione delle baracche femminili dei campi di concentramento nazisti. Le donne deportate in quest’area erano trattate come prostitute, oggetto sessuale delle SS e dei soldati tedeschi.

Attraverso la rete, gli occhi di quelli al di fuori guardavano dentro
C’era lei, sembrava una creatura rara in uno zoo.

Nelle mani di uno degli assistenti vide lo stesso strumento
che quel mattino le avevano inserito nel corpo. Rabbrividì
d’istinto. Non c’era vita nella casa delle bambole.
Nessun amore perduto. Nessun amore perduto………
………Desiderando che questo giorno non duri.
per non vedere mai, mostri la tua età
per osservare finché la bellezza scompare.
No Love Lost
La drammatica e leggendaria storia dei Joy Division ha inizio a Manchester, importante centro culturale e musicale. Nella zona di Manchester avranno origine movimenti musicali come il britpop e il Madchester . Esponenti di questi movimenti assieme agli stessi Joy Division, saranno Oasis, Smiths, Stone Roses, Fall, Happy Mondays, Charlatans. La dinamicissima scena musicale della zona produrrà bands come Buzzcocks e Slaughter & the Dogs, Richard Ashcroft coi Verve e Ed Simons coi Chemical Brothers.
E’ il 1976, l’anno del famoso tour dei Sex Pistols
Anarchy in the UK, e tre ragazzi, compagni di scuola, vengono contagiati dalla eccitante energia del punk. Bernard Dicken (aka Bernard Albrecht) alla chitarra, Peter Hook al basso, Terry Mason alla batteria formano gli Stiff Kittens e debuttano all’Electric Circus di Manchester il 9 dicembre 1976.
Subito stroncati dalla rivista
Sound dopo l’esibizione, vengono contattati dal coetaneo Ian Curtis, appassionato di Storia e affascinato dalle opere decadenti dei poeti romantici ottocenteschi, fan di Jim Morrison, David Bowie e Velvet Underground. Ancora perfetti sconosciuti, cambiano il nome in Warsaw (ispirato all’omonimo brano di Bowie contenuto in Low), e ritornano sul palco il 27 maggio 1977 come spalla ai mitici Buzzcocks con Tony Tabac come batterista, sempre all’Electric Circus di Manchester. Nuove critiche negative ma con il risultato di avere un contatto con Martin Hannett, produttore dell’EP di esordio dei Buzzcocks e che avrà un posto importane nel loro futuro.
Partecipano alla maratona punk, il festival
Stiff test/Chiwswick challenge con altri 17 gruppi tra i quali Buzzcocks, Magazine e Sex Pistols. L’atto si svolge (dicembre 1977) al Rafters Club e il dj era Robert Gretton (che diventerà poi il loro manager). Si esibiscono alle 3 del mattino, ma nonostante l’ora vengono notati da Tony Wilson, ideatore dell'etichetta alternativa Factory Records.
Sempre a dicembre 1977 registrano per la piccola label
Enigma l’EP An Ideal for Living che contiene quattro dei loro pezzi più rappresentativi WarsawNo Love LostLeaders of MenFailures. I testi di Curtis desolati e introspettivi si sdraiano sulle note inventate da Hook, cercano di diluire il punk con atmosfere più rarefatte, lugubri ed opprimenti.
Si incomincia a parlare di
Joy Division.
Come era successo per la svastica dei Sex Pistols, la stampa “ufficiale” inglese li etichetta come filo-nazisti, visto il look adottato dalla band, il nome del gruppo e la copertina dell’EP. A parte queste insulse e sterili polemiche, appaiono in trasmissioni televisive e ricevono offerte discografiche che rifiuteranno perché non contenti delle produzioni. Loro piacciono a Tony Wilson, loro estimatore, che li ospita nel suo show televisivo e nella
Factory trovano una label seriamente interessata alla loro musica. Partecipano con due brani Digital e Glass alla compilation A Factory Sample per il lancio della nuova etichetta. Anche se musicalmente ancora legate agli stereotipi punk, il sound entra in simbiosi con le atmosfere dark. La tensione nervosa travalica gli argini del controllo cosciente. Ritmi semplici e pulsanti, gelidi e geometrici che rimbalzano nel vuoto con la voce pastosa criptica surreale di Ian che racconta storie simili a molte altre ma con la consapevolezza lucida della propria condizione; linguaggio secco, tagliente.
Lo senti che si avvicina/la paura di colui che chiamoogni volta che chiamo
Sento che si avvicina /giorno dopo giorno
Sento che si avvicina/mentre gli schemi si formano
Lo sento caldo e freddo/le ombre iniziano ad allungarsi/giorno dopo giorno
Digital
Canta come se il mondo dovesse finire da un momento all’altro. La musica è una forma di liberazione da tutto, o come dice Giovannino Marcio (Johnny Rotten), il punk e derivati sono il modo migliore per metterlo in culo al sistema.
Guidati da Martin Hammett che li porta alla corte di John Peel e su Radio One , registrano la prima session. Con la lungimiranza di Tony Wilson, fondatore della
Factory, che investe tutte le sue energie e…i suoi risparmi (ottomilacinquecento sterline), incidono Unknown Pleasure. E’ il 1979 e gli sforzi vengono premiati. Il disco raggiunge la vetta delle classifiche indipendenti inglesi e consacra i Joy Division come gruppo cardine delle bands post-punk. Ad affascinare è la musica asciutta, ipnotica, minimale e soprattutto la voce cupa di Ian che con le sue liriche decadenti riporta i nostri ricordi all’estetismo esagerato di Oscar Wilde, o al simbolismo di William Butler Yeats o al languore decadente di Paul Verlaine che scrisse "Sono l’Impero alla fine della Decadenza, che guarda passare i grandi Barbari bianchi componendo acrostici indolenti dove danza il languore del sole in uno stile d’oro".
Questo “Sconosciuto Piacere” è il rock’n’roll di domani. E’ il manifesto che equilibra le entrate e le uscite delle nostre palpitazioni, che assimila il nostro perimetro musicale, lo porta a maturazione e senza esitazione lo mette in rilievo.
Unknown Pleasure è un disco che assapori piano piano. Ad ogni ascolto lo apprezzi di più. E’ diviso in due parti; Outside (esterno) la facciata A, e Inside (interno) quella B. I colori: nero la A caustrofobica e ossessiva, e bianco la B dall’elettricità chiara. L’immagine del suono si intuisce dalla copertina interna; una porta semiaperta nell’oscurità che lascia intravedere uno spiraglio sotterraneo di luce e una mano nera che la sta chiudendo dall’interno. La musica è seducente. Si apre alla sensibilità del rumore, alla passione della forma ed esprime la sua intensività inventiva con istinto sperimentale. Energia comunicativa che esce dallo spettacolo ed entra nella vita. Le strutture e le forme sono ambienti, percezioni, vibrazioni dell’aria.
Nel nostro Ian il peso della malattia, epilessia fotosensibile, diventa sempre più insopportabile e si trasforma in depressione cronica. I testi la esprimono:
Ho aspettato che una guida venisse e mi prendesse per mano,
queste sensazioni potevano forse farmi provare le sensazioni di un uomo normale?
Queste sensazioni mi interessano a malapena per un altro giorno.
Disorder (Disordine)
Indovina, i tuoi sogni finiscono sempre,/non crescono, discendono e basta.
Ma non mi importa più./Ho perso la voglia di volere di più.
Insight (Opinione)
Corrotto dai ricordi, Non più potere/Si insinua lentamente/L’ultima fatale ora.
Candidate (Candidato)
La confusione nei suoi occhi dice tutto.Ha di nuovo perso il controllo ….
E ha camminato sull’orlo di una strada senza via d’uscita
E ha riso, ho d nuovo perso il controllo
She’s Lost Control (Ha perso il controllo)
Ma è sul palco che Ian si trasforma. Come una marionetta impazzita cattura l’attenzione del pubblico con i suoi movimenti nevrotici, scoordinati. Il fortunato 1979 si conclude.
Registrazione della seconda “John Peel Session” (novembre).Dopo l’uscita del singolo
Transmission che inaugura il 1980, il fortunato tour europeo e a marzo ritorno in studio per registrare il secondo album e il singolo Love Will Tear us Apart. Le parole della canzone raccontano la vicenda della sua vita:
Quando l’abitudine corrode/e le ambizioni sono poche/aumenta il risentimento
Le emozioni non fioriscono/cambiamo le nostre abitudini/prendono strade diverse
Allora l’amore, l’amore ci farà di nuovo a pezzi
Perché la camera da letto è così fredda/tutta girata dalla tua parte?
E’ il mio tempo che si consuma e il rispetto è così arido
Eppure c’è ancora quel fascino/che abbiamo legato alla nostra vita.
Ma l’amore, l’amore ci farà di nuovo a pezzi
Sono frammenti di sincero, umanissimo e disperato universo. La carica di sensibilità fa riflettere il nostro senso comune e popolare, ci estranea dai trastulli aristocratici del "va bene così," e ci rimanda nel futuro, nella bizzarra ortodossia del culto.
La scoperta della sua relazione con la giornalista belga Annik Honorée da parte della moglie Deborah Woodruff lo porta alla separazione. Debbie se ne va con la figlia Nathalie nata un’anno prima e chiede il divorzio. La depressione si impadronisce di lui. Decide di porre fine alla sua brevissima esistenza impiccandosi ad una rastrelliera nella cucina della sua casa a Manchester. E’ il 18 maggio 1980. Secondo il film biografico
Control (2007) del regista e fotografo olandese Anton Corbijn, prima di compiere il gesto che mise fine alla sua vita, guardò il film La ballata di Stroszek di Werner Herzog e ascoltò l’album The Idiot di Iggy Pop. Era la vigilia del loro primo tour americano. Un mese dopo, a giugno, esce il singolo Love Will Tear Us Apart e subito dopo, luglio, l’album Closer. E’ musica che si misura con le paure individuali e le esaltazioni collettive. Le luci e ombre della città traspaiono e si dissolvono nella ossessione romantica, l’uso del synth diluisce e rende i brani liquidi e ricchi di chiaroscuri. La capacità fantastica del cantore dei Joy Division sta nello sfruttare le inclinazioni cavernose e surreali della voce, raffinandola con forme melodiche e potenti. In Closer si raggiunge il massimo livello, ma con Love Will Tear Us Apart il fascino della voce di Ian, raggiunge la massima intensità. Se Unknown Pleasure era più epidermico, estroso, sorprendente ed insolito nella sezione ritmica e nei riff chitarristici, Closer è affascinante e sconvolgente, ricco di tenebrosità e pervaso di oscuro romanticismo. Un brano che io amo tantissimo è The Eternal (l’Eterno). Ian estremizza la fine come unica amica, intensa, le suggestioni gotiche del coro di sottofondo, sinistra nel movimento e metafisica nel messaggio.
La processione defluisce, terminano le urla/Lode alla gloria dei cari ora dipartiti.
Parlando ad alta voce mentre siedono attorno a un tavolo
Distribuendo fiori inzuppati dalla pioggia./Stavo vicino al cancello alla fine del giardino
Li guardavo passare come nuvole nel cielo
Ho cercato di gridare nella foga del momento
Posseduto da una furia che mi brucia da dentro.
La storia dei Joy Division diventa leggenda e Ian Curtis assurge ormai a mito. I compagni, però, non speculano sulla sua morte. Come da accordo fra i membri dei Joy Division, nel caso in cui un componente avrebbe abbandonato il gruppo, il ricostituito gruppo si sarebbe chiamato
New Order. E così fu, nuovo componente Gilian Gilbert, e si intraprende la nuova avventura New Order. Nasce la band che scriverà la musica dei secondi anni ’80 e anni ’90. Gradatamente si allontaneranno dal passato e reinventeranno il futuro.
Il ricordo di Ian Curtis e dei Joy Division è e rimarrà sempre vivo. Alla fine del 1981, la
Factory li celebra con Still. Doppio album con rarità e live. Materiale inedito e non, che attraversa la loro storia, che non delude i fans. E’ spontaneo, incisivo, irruente, liquido e spolverato di dolcezza.
Per coloro che li amano e per quelli che non li conoscono, consiglio
Heart and Soul. E’ un cofanetto di 4 CD con booklet esaustivo e fotografico. E’ stato pubblicato dalla London nel 1997 e contiene tutto il materiale da loro inciso.
Ian fu cremato e le sue ceneri tumulate a Macclesfield. Sulla lapide è riportato il suo verso più famoso:
"Love will tear us apart" ("L'amore ci farà a pezzi").
Vorrei chiudere con i versi estratti dal brano di apertura di
Closer che, nella tribalità metafisica, eleva il suo grido angoscioso :
Manicomi con le porte spalancate/dove la gente ha pagato per guardare dentro
Guardano il suo corpo contorcersi per divertirsi
Dietro al suo sguardo, lui dice: “Esisto ancora”/DA QUESTA PARTE, SI ENTRA!
Atrocità Exhibition (Mostra dell’Atrocità)

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Zeta

Per rompere il ghiaccio pubblichiamo un articolo vintage, pubblicato in origine sulla fanzine "RECONDITA FELICITA’" - 22/06/1980, tiratura 500 copie, supplemento a LA CLASSE OPERAIA - direttore responsabile Enrico BOSIO.

Londra, Marquee Club, un giovedì del marzo 1964, Hamish Grimes present a : "Good evening, Aims ! Walk on my name this time, for bad moon rising, Yardbird rising. I flat, most blues wheedling.....YARDBIRDS !!! Line up : the drums Jim McCARTY, the rhythm guitar Chris DREJA, the bass Paul SAMWELL-SMITH, lead guitar Eric “Sldwhand” CLAPTON, the singer and harm Keith RELF....... FIVE LIVE YARDBIRDS !!!!!"
E con
Too Much Monkey Business , sapido brano di Chuck BERRY, incomincia la leggenda. Fermatevi un attimo, appadinogliate l’auricolo, inspirate profondo.....
....... La SCHIZOFRENIA è NECESSARIA!
A quell’epoca era tradizione dividere le apparizioni delle bands in due atti. Il primo intorno alle 8.15 p.m., e il secondo alle 10.45 p.m. La maggior parte dele bands utilizzava la prima per riscaldarsi, e gli ascoltatori si infiammavano tantissimo. Nella pausa fra i due atti ognuno si rintanava nell’oscuro e fumoso pub e ... giù
pinte di birra o di qualsiasi altra bevanda fortificante, cosicché il secondo diventava invariabilmente il primo. INTERVALLO. Un consiglio: agGRAPPAtevi col bicchiere.

"La sera che incidemmo Five Live Yardbirds" come ricorda Giorgio GOMELSKY "non fece eccezione. Malgrado il freddo fuori, dentro il caldo era insopportabile e sul palco il gruppo si muoveva in una pozzanghera di sudore".
Se nel frattempo avete messo sul piatto il tormentato disco, capirete perché la voce di Relf appare rauca e rovinata, e i chitarristi stiano perennemente accordando. Il concerto sta per finire,
I am the man è il becchime che nutre il pollo e lo trasforma nel rapace predatore di Here ‘Tis, esorcizzando il Dies Irae nell’incubo Ellas “Say man” McDaniel alias Bo Diddley.

Nel nome del Rock, Padre e Spirito Santo della nuova gente, aiutiamoci a superare l’alienazione fragile del paese dei più
NEVER MIND THE BOLLOCK
Furono veramente i profeti del Rock, e fu la loro tragedia che permise ad altri di percorrere le vie da loro preparate, senza che essi ne avessero alcun beneficio o riconoscenza. Che il suono Yardbirds sia stato lo squillo di tromba della rivoluzione rock, è ormai veramente dogmatico, tanto più che se rivediamo i primi sixties, troviamo palcoscenici pullulanti di “bianchi scherzi inglesi” (come li definisce un giornalista del Melody Maker) che scoprono i divertimenti di una vecchia musica negro-americana. Il blues è stato nella vita di molti schiavi, e solo quando è entrato nella casa rhythm, l’elettrificato ghetto della versione cittadina, ha potuto approdare nei pubs, a far felici tutti coloro che volevamo assaporare questo tipo di vibrazione. Il blues elettrico di Willie Dixon e Jimmy Reed incomincia a muoversi nelle menti di questi irrequieti giovani uomini. Nasce il Rave up, il suono del futuro –the Yardbirds’ sound of the future– come riportano le note di copertina del loro secondo LP americano. E’ un suono nuovo, diverso, corposo, librante ma soprattutto liberante. Baby what’s wrong, la prima incisione (dicembre 1963), non pubblicata (apparirà postuma nel 1973 su "History of British Blues – vol.1"), nella sua ingenuità parla già di cambiamento. Bisogna ricordarsi che gli Yardbirds erano soprattutto Relf, Dreja, McCarty, Samwell-Smith, più una successione di chitarristi solisti che iniziarono leggende viventi e influenzarono i musicisti rock per più di un decennio. Quando Relf in I ain’t got you lirica ilaricamente I got a Macerati GT/with Snakeskin up-holstery, Clapton impenna la sua chitarra in un penetrante assolo, capace di depennare le spennate pen(n)e della fragile ipocrisia. Le paure e le inibizioni della pubertà, anche se presenti nella casta stupidità di alcuni testi (What’s her name/I can’t tell you), vengono sradicate dal R-UMORE. Non basta la rabbia Mod o Rocker per portare avanti inCROCIATE spedizioni di rinnovamento. Occorre il grosso membro della riCREAZIONE che sputi sperma di gioventù. Ma la storia è anche fatta di compromessi. L’importante, però, è abbattere la diga che sbarra il
flusso del nuovo sangue. “Slowhand” abbandona. E’ troppo puro per compromettere il suo blues con la spinetta di Brian Auger (
For Your Love). L’alba è appena spuntata e un nuovo e più esuberante sole illumina il mattino. Il futurista Beck, esperimentatore incallito e padre dell’acid rock, ispiratore di gruppi come i Quicksilver Messenger Service di John Cipollina, spiega a chiare lettere e note, che si può fare blues con spirito innovativo e insolito. Ascoltate il finale di I’m a man, dove, in un duello crudelmente meraviglioso si affrontano la chitarra di Jeff e l’armonica di Keith, mentre intorno la musica si sta disintegrando. La ritrovata energia conduce al narcisismo acuto di Jeff’s bolgie , alla sperimentazione ritmica di Hot house of Omararshid, dove il raffinato talento voco-urlale di Chris può essere apprezzato all’inizio, quando viene quasi sgozzato da una impenitente Wobbleboard (vedi note di copertina), e dove (per i fortunati possessori della copia italiana o di quella mono americana) si può udire la lancinante chitarra di Beck trarre dalla tenebrosa oscurità presagi di buon raccolto-corpo=Rakkorpo. Il distorsore chiama a raccolta la paura, l’inibizione. L’effetto elettronico favorisce l’esibizione di sé stessi. Non giudicate spiccia e narcotica ingenuità verbale Shapes of Things. Essa racchiude in sé il turbamento caotico dell’anima corrotta e rimane comunque lapide sulla quale sta scritto PENSA VIBRANDO.
Nato per soffrire l’incapacità di se stesso, l’uomo può avere incoerenza d’identità. E così Jeff Beck lascia l’aia selvaggia per varcare la soglia della domestica fattoria, dove, al suono di
Love is blue, potrà cercare di conquistare il cuore dell’amata fanciulla. "Tu non puoi rimanere immobile e statico sul tuo lavoro. Devi essere più avanti del tempo." (Jeff Beck)
Voltiamo pagina. Jimmy Page, fauno dei
piccoli giochi, ci porta sulla wooden ship di White summer, ricordandoci che con Keith & Co si può sempre inventare Smile on me o Drinking Muddy Water. Così gli Yardbirds muovono nervosamente verso un nuovo concetto. Pressoché inconsapevolmente avrebbero posato le fondamenta per i supergruppi che avrebbero dominato il mondo degli anni ’70.

"Eravamo tutti ragazzi immaturi" confessò Jim McCarty ad avventura finita "sarà stata l’educazione, gli anni della crescita, non so.....soltanto che gli Yardbirds non sfondarono mai completamente. Si persero sempre un po’. Se avessimo avuto allora le cognizioni di oggi, saremmo stati fra i complessi più grandi."

La musica degli Yardbitrds, non ha sfuggito però la filosofia del
nuovo mondo, che è vita, energia, corda tesa come un nervo. Stealing Stealing ne è l’epitafio.

Criticati spesso per voler sempre inventare qualcosa di nuovo,abbiamo potuto forse dare finalmente ad altri la possibilità di fare quelle cose che tutti avrebbero voluto proprio fare. E qualcuno, per favore, accenda il giradischi e ascolti la nostra storia.
Libera traduzione del pensiero Yardbirds

Clap’t on your Slowhand, Beck into the future, while turn over the Page of revolution.

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Zeta

PRESENTAZIONE

11:42 domenica 25 luglio 2010


Nacqui all’inizio degli anni cinquanta. La mia infanzia e la mia giovinezza hanno vissuto il terremoto generazionale pop e rock. Sono state forgiate sin dall’inizio da quella che sarebbe diventata l’età d’oro , gli anni ’60, anni rivoluzionari in tutte le manifestazioni giovanili. Periodo di ottimismo che vide la gioventù orientarsi verso il nuovo, il moderno.
Non mi guardo indietro, la vita è breve e non mi piace farmi cullare dalla nostalgia. L’alba è sempre domani. Il passato può avere contorni un po’ sfumati e a volte incerti e nebulosi, ma il futuro più del presente ha i colori dell’istinto, dell’espressione, della fresca gioia zampillante.
RUMORI A COLORI
Il tempo passa in fretta e apparentemente senza meta. I ricordi del mio passato, senza la logica seriosa-culturale della età del senno, riaffiorano dai sentieri del vissuto, come visioni di un documentario disneyiano. Mi riportano al trascorso, tornano ad essere riconosciute. Sciolte le cinture di castità mentale, traspare un disegno colorato di mille sensazioni e stati d’animo. Frammenti dei giorni andati, fotografia del mutamento del linguaggio medio borghese in bianco e nero o delle rotture e dei salti di qualità della cultura recepita e/o prodotta coi colori delle immagini che abbiamo di fronte oggi. Ti viene la voglia di riprenderti la gioia, l’auto-ironia. La pupilla si dilata ritrovando al capacità di essere soltanto noi stessi. La musica è un qualcosa di indefinibile, un collage di parodistiche fughe e ritmi irritanti. Un accenno: una canzonetta pop o rock e si esce dal periodo buio. L’ambizione diventa realtà, l’encomiabile tempismo di produrre il rumore giusto al momento giusto. Non serve diventare serissimi e/o cercare di manipolare il cervello quando si ascolta. Basta un passo di danza, la possibilità di seguire il fili delle antiche idee, recuperare l’humour dei tempi migliori.
Non farò cabaret o avanspettacolo né sarò macchietta o effimera prostituta della moda, ma darò il saldo del debito accumulato. Sarò il ritorno alla lezione da non dimenticare. Chi come me ha attraversato gli ultimi cinquanta/sessanta anni di musica, chi ha vissuto l’epoca della
Swinging London, periodo di ottimismo e rivoluzione culturale, e dopo il terremoto punk e new wave si scopre affetto da uno strano sbattimento di gioia-compulsiva. Con gli occhi sbarrati si riscopre la mente in accordo con tutte le tonalità e sfumature dell’arcobaleno. Si ritrova l’oggetto e il suo uso, la consapevolezza di spendere parole attorno a questo gioco. Questo gioco che mi ha conquistato e stregato, che mi ha permesso di crearmi una piccola memoria collezionistica (circa 16.000 dischi), di collaborare con riviste e fanzine per scrivere dei miei gusti, di fondare con miei giovani friends un’etichetta (CRISE RECORDS) per promuovere il talento delle giovani generazioni e di fare il DJ per cercare di diffondere divertirmi e far divertire.
Una pallida scintilla riaccende i
bisogni, aspiro a nuovi prodotti. Il nuovo fiore mi fa sbocciare l’idea di comunicare attraverso questo blog, la voglia di parlare con voi, la voglia di imparare da voi. Forse le polveri sono un po’ bagnate, ma cerco una risposta alle molte contraddizioni che hanno sciolto le illusioni maturate. La maturazione, le responsabilità richiedono la costruzione di un impegno senza riserve, coerentemente diventato uguale e senza il famelico serraglio della vita dentro il meccanismo, programmato e giustificato fuori dal termometro ipocrita del perfezionismo.
Queste sono le mie e spero le vostre aspirazioni.

Benvenuti allo show che non finisce mai.

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Zeta